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martedì 13 ottobre 2009

.Sparanoia.

Stamattina mi sono svegliata. Lo so: niente di strano in questo. Mi sveglio quasi tutte le mattine, almeno quelle in cui lavoro. Altrimenti opto per alzarmi direttamente nel primo pomeriggio. In fondo, è già stagione di letargo qui.
Il gatto mi aspettava già pronto in pole position di fronte alla ciotola, che ho riempito ad occhi chiusi con un gesto automatico. Struscino e fusa riconoscenti di rito. Cambio dell'acqua e aggiunta di succulenti croccantini alla ciotola del cane. Leccatina e scodinzolamenti di rito. Ci sono volte in cui mi convinco d'essere considerata come un utile animale domestico.
Pipì, lavarsi la faccia e altre zone del corpo col metodo random, vestirsi. Smozzicare una brioche, prendere il BeTotal Plus, che ho scoperto farmi più effetto del caffè ed essere, per ovvi motivi, estremamente più pratico, accendere e spegnere la tv non appena appare la prima immagine. No, non ce la faccio proprio.
Radio. Khhhvvhhhrrrrhhhuuusssììnacosagggrraanndepeemmmeeee... rivedo mio nonno che canta per mia nonna appoggiato allo stipite della porta della cucina mentre lei gli prepara il caffè. Spengo la radio: i ricordi malinconici di prima mattina non sono tollerabili.
Prendo in mano la chitarra, attento a un paio di cromatismi, maledico bonariamente l'amico Peppe che me li ha spiegati e raccomandati, mi convinco sempre di più che devo decidermi a comprare un violoncello. Impugno la chitarra come un violoncello, proseguo nei cromatismi. Mando a cacare la chitarra.
Pennelli, proviamo a proseguire con l'ultimo quadro in atto. Ho finito il rosso. Disastro, mi serviva. E' finito anche il blu. Sono finita io, praticamente ho finito i colori: niente colori primari, niente colori in generale.
Insomma, stamattina mi sono svegliata e ho capito subito che era una giornata di merda. Tanto più che dovevo uscire e andare a pagare l'assicurazione che, per quanto bassa, incide non poco sul mio già di per sé scarso introito mensile.
Così ho preso l'auto e mi sono sparata da brava tutti i chilometri che mi separavano dall'ufficio del mio assicuratore. Ma, ecco la folgorazione: mentre sono ferma ad un semaforo lungo il percorso, l'occhio mi cade su una vetrina tirata a lucido.
- Tò - penso - finalmente hanno affittato.
Una macelleria equina. Araba.
- Bene! - penso ancora - Viva l'integrazione! Qui, nel cuore della Padania, era ora che...
Mentre formulo questo pensiero, mentre esulto un tantino, mentre sono sull'onda del "siamo tutti clandestini", mentre i miei occhietti vispi scivolano sui caratteri arabeggianti incomprensibili, ecco comparire una gigantografia di quella che al momento poteva sembrare una foto dell'arena di Verona durante un concerto, invece no: aguzzo bene la vista e mi capacito che nella metà inferiore della vetrina campeggia un poster de La Mecca, traboccante di fedeli al chiar di luna. Strabuzzo gli occhi: subito sotto, un librone d'oro aperto su una non meglio precisata pagina che esprime non meglio precisati concetti, non in italiano almeno. Il Corano. In una teca di vetro, manco fosse la testa di Nefertiti al Cairo.
Nella manciata di secondi che mi separano dal semaforo verde, nella mia testa si mischiano, come in un frullatore impazzito, centinaia di pensieri ed immagini: Bin Laden, le torri gemelle, il pentagono, le lapidazioni, le impiccagioni, l'infibulazione, il burqa, lo chador/hijab, la danza del ventre, i magrebini, la guerra, l'America, il petrolio, l'Iraq, l'Iran, l'Afghanistan, tutti gli altri paesi che finiscono in an, buona parte dell'India, svariati paesi dell'Africa, il terrorismo, Bush, Blair, Aznar, Berlusconi, la Madonnina del Duomo di Milano, gli attentati, la caserma di Santa Barbara a Milano, Londra, Madrid, i Mujaheddin, i Muezzin, l'Onu, la ricerca sul Marocco che ho fatto per la tesina agli esami di terza media, quel tunisino che voleva dare a mio padre un gregge di pecore uno di capre e novantanove cammelli per portarmi in un kibbutz, gli aiuti umanitari, le missioni di pace, Arafat, la Palestina, le bombe, gli integralisti, i capitalisti, i diamanti di sangue, i bambini che muoiono di fame, i bambini soldato, le peggio malattie, le vacanze a Sharm el Sheikh, Jovanotti che canta con Ligabue e Piero Pelù "Il mio nome è Maipiù", lo Yemen, il mio amico soldato che sta nell'aeronautica in missione, Saddam Hussein, le moschee, Viale Jenner, l'Islam, il kebab, il kaftano, gli ottomani, mammaliturchi, le crociate, Maometto, i musulmani, Calderoli, le dittature, il pizzaiolo tunisino che mi continua a ripetere quanto gli ricordo sua figlia che è sposata e vive in Marocco, l'immigrazione clandestina, gli sbarcati, Messina, i carri armati, i bombardamenti, la striscia di Gaza, Israele, Hitler, il ragazzo egiziano che due anni fa al mare ci ha provato prima con mia cugina e poi con me, i campi di concentramento, i kamikaze, le guerre sante, mio nonno che ventitre anni fa disse a mia madre di non chiamarmi Miriam perchè chissà cosa combinano zittizitti giù di là che un domani ti sale su un aereo e solo perchè ha un nome così te la fan fuori, i martiri, Hina, Sanaa, tutte le altre, sangue sangue sangue, la paura, l'orrore, la paranoia.
Cerco di richiudere la bocca e di scorgere qualche figura umana dietro al vetro: all'interno della macelleria, un ragazzo, che avrà al massimo vent'anni, mi osserva immobile. Ha il sorriso inebetito e lo sguardo perso nella mia scollatura troppo generosa. Solleva gli occhi e continua a sorridermi, mentre mi domando se trova il mio trucco troppo sfacciato per la sua cultura. Non c'è traccia di rimprovero nei suoi occhi, solo un tasso ormonale troppo alto e una leggera percentuale piacionica nell'atteggiamento.
Il semaforo diventa verde e io mi dimentico di tutto. Gli offro mezzo sorriso, giusto perchè i nostri sguardi si sono incrociati per un attimo. Solleva la mano in un accenno di saluto, quasi sorpreso e intimidito. Alla fine, è un uomo anche lui.


venerdì 24 luglio 2009

.Faccio un lavoro di merda.

Da quando ho congelato la ditta, ho dovuto trovare una soluzione alternativa. Va bene, questa non è una novità. Il fatto nuovo è che da qualche mese lavoro nelle cucine di una casa di riposo per anziane che si trova all'interno di un convento di suore capuccine.
Cioè, non solo lavoro con delle cape di pezza, il che già di per sè è davvero poco edificante, ma pure in mezzo alle vecchie. Che poi non è per le vecchie in quanto tali, ma per quello cui sono costretta ad assistere ogni giorno andando avanti e indietro per i reparti. Che poi non ci passo le giornate e per fortuna non è compito mio! Ma quel poco tempo che impiego ad attraversare saettando le stanze delle moribonde è sufficiente a mettermi in subbuglio: urla, grida di angoscia e di dolore, gente che non sa più dov'è e come si chiama, persone che invocano la morte o che aspettano i parenti anche quando ormai è chiaro a tutti che non verrà più nessuno. Tutto ciò mi sconvolge, mi spaventa, mi fa male e mi fa venire voglia di morire giovane e sana, cazzo!
E, per ritrovarmi in questa meravigliosa condizione, tutti i giorni mi sparo un'ora all'andata e un'ora al ritono di macchina e con quello che guadagno non solo non vado da nessuna parte e non arrivo a fine mese, ma scendo sempre più in basso.
E per di più oggi pioveva a dirotto quando sono uscita e ovviamente ero senza ombrello e ovviamente la mia camicia era bianca e particolarmente leggera, dato che quando sono entrata c'erano 40°C all'ombra e un sole che spaccava il culo ai passeri!
Ho fatto trenta metri, dico trenta, sotto il nubifragio e sono arrivata alla macchina completamente fradicia. Che poi non è per l'acqua in sè: mi piace moltissimo camminare sotto la pioggia battente, da sempre. Non so perchè, ma mi mette allegria e mi fa venire voglia di ridere, mi fa il solletico all'anima. Comunque, dicevo: non era tanto per le pecorine nel cielo o per il fiume Hudson senza Manhattan intorno che aveva momentaneamente invaso la strada (è risaputo che i SuperMaggioli non sono galleggiano, ma nuotano pure), ma per gli ettolitri che invadevano il parabrezza del mio povero Oreste impedendomi completamente la visuale. Oggi davvero temevo di non potere più tornare a casa, mi stavo già rassegnando a morire in macchina nel parcheggio del convento, sommersa... però giovane e sana!
Già immaginavo gli articoli sui quotidiani di domani:

Giovane e promettente lavapiatti muore annegata nel diluvio mentre tenta di tornare a casa al termine di una lunga e tormentata giornata di lavoro. I ben informati affermano che persino Noè, passandole accanto con l'arca, le abbia negato asilo sottolineando la presa di posizione con un "Così t'impari a jastemmare a Ggesù, alla Maronna e al Pataterno! Puà!" e che lo Spirito Santo stesso ci abbia messo del suo, inviando la colomba a cacare sul lunotto posteriore...

E mi sono detta che il mio lavoro mi mancava troppo, che forse davvero dovrei traslocare a Varese o a Milano come dice qualche mio caro amico, che forse dovrei rintentare qualche colloquio nelle case editrici, nelle agenzie di pubblicità, bussare alle sedi dei quotidiani, fare ore e ore e ore di anticamera, presentare curriculum, chiedere ai miei vecchi contatti se ancora si ricordano di me... e mi è quasi venuto da piangere per la nostalgia.
Allora ho accostato e sono scesa dalla macchina, tanto ero già bagnata fradicia: la pioggia scendeva a raffiche violente, spinta da forti folate di vento che rendevano le gocce fredde e rigide, simili a tanti spilli ghiacciati. Ho chiuso gli occhi, allargato le braccia e sono rimasta lì a farmi colpire dal clima intemperante finchè qualcosa si è spento. Tutti i pensieri, le emozioni, le ansie, i dubbi, i ricordi e le domande, tutto quello che mi affollava si è scolorito e dissolto, come se fosse stato di carta, sotto l'effetto terapeutico della pioggia. E mi sono dimenticata di tutto: come mi chiamavo, dov'ero, cosa stavo facendo, chi stavo aspettando e perchè, e ho cominciato a ridere, ridere senza controllo, per un tempo infinito, perchè le risate sono tutte eterne, con l'acqua che mi colava giù dappertutto e che mi inzuppava i vestiti e le scarpe e mi riempiva la bocca e mi impediva di aprire gli occhi e...
- Tutto bene signorina?
Mi blocco e mi sposto i capelli fradici dalla faccia: accanto a me, un omino gentile, il fiorista di fronte al quale mi sono fermata senza nemmeno accorgermi, mi copre col suo ombrello e mi osserva tra il perplesso e il preoccupato dopo aver chiuso la sua attività. Gli sorrido.
- Sì.
Sorride anche lui, sembra quasi rasserenato. Mi porge dei tulipani bianchi "che tanto domani saranno sfioriti, se li vuole lei..." . Sì, li voglio: me li godrò per stasera, che mi importa di domani?
Salgo in macchina e torno verso casa. Penso che la vita della bohemienne non sia facile, ma sia bella e penso anche che aveva ragione Oscar Wilde: "I piaceri semplici sono l'ultimo rifugio della gente complicata".

http://www.centrointernazionaleartefotografica.org/gal.luca.ravagnan/images/Pioggia%20battente.JPG

mercoledì 8 aprile 2009

.Mi fanno tutti orrore.

Mi fanno davvero schifo. Tutti quanti. Mi passa la voglia di informarmi di qualunque cosa. Ma così farei solo il loro gioco. Vorrei impiccarli tutti in piazza, dargli fuoco e pisciarci sopra.


venerdì 3 aprile 2009

.Risvegli e rappresentanti.


Stamattina suona da me una tizia (bionda, e qui mi fermo perchè questa semplice parola dice già tutto) che, appena vede socchiudersi la porta, comincia a urlarmi tutta sorridente e con voce chioccia:
- Ciao! Sono una rappresentante della Vichy, stiamo promuovendo questo nuovo prodotto per la pulizia del viso: se hai qualche minuto libero posso offrirti una prova gratuita e illustrarti il prodotto senza impegno d'acquisto...
Ora, immaginatevi me, LaVale: dieci del mattino, appena sveglia, capello sconvolto, occhio miope socchiuso, la stabilità che si può avere solo il primo gennaio, tazza del caffè in mano, camicia da notte e coperta di pile, sullo zerbino di casa a guardare questa tipa che mi strilla dal cancello la sua reclame. Tra l'altro: io non ho il campanello, ma ho una campanella, quindi, quando qualcuno suona a casa mia, lo sa praticamente tutto il quartiere.
La prima risposta che mi è venuta da darle è stata: "Va bene che non mi sono ancora lavata la faccia, ma non pensavo che fosse così grave... non credevo di avere addirittura bisogno di una pulizia del viso così approfondita... chi ti manda? Chi ha fatto la spia?".
Va be', nonostante lo stato onirico ancora persistente, mi sono sforzata di dirle:
- No, grazie, non sono interessata, non credo di averne bisogno... - e ho pure sorriso, credo.
- Guarda, ci vuole davvero poco tempo...
- Davvero, sei gentile, ma non è il caso...
- Posso anche solo lasciarti un campione omaggio, se vuoi, e ripassare... - continua a strillarmi la biondina dal cancello.
"Eh, mammerda!", penso io "Ostinata peggio dei rappresentanti della folletto!"
Mi avvicino al cancello, così almeno la pianta di sbraitare, appoggio la tazza sulla colonnina di cemento in fondo alla scala, con pazienza mi tiro indietro i capelli e le dico gentilmente, mettendo la mia faccia tra le sbarre di ferro:
- Ora: vuoi davvero perdere tempo a pulire la mia faccia?
La tizia sbatte i suoi occhioni azzurri facendoli correre in lungo in largo sulla pelle bianco cadavere del mio viso:
- Be', in effetti... non ne hai alcun bisogno...
"Bene, rappresentante Vichyda, ora ti levi dalle palle?"
NO.
- Conosci qualcuno a cui potrebbero interessare questi prodotti? Perchè vedi, ho qui un depliant...
E giù un fiume di parole su prodotti e prodotti e prodotti e prodotti (ma quanti minchia ce n'è?) inutili e costosi, che con quello che si risparmia ci si pagano le vacanze in Nuova Zelanda per tutta la famiglia, merdosamente antirughe, antinvecchiamento, antirutto, antitutto.
Disperazione.
"No, davvero, io volevo solo bere il caffè, volevo berlo caldo, volevo sedermi sulla mia sdraio di bambù, ascoltare la radio, accarezzare il mio gatto e iniziare la mia giornata. Volevo solo bere il caffè, cazzo, cazzo, cazzoooo!"
Non me ne sono nemmeno accorta, ma ho chiuso gli occhi e cominciato lentamente a sbattere la testa sull'inferriata. Me ne sono resa conto perchè lei ha improvvisamente trillato:
- Be', forse è meglio che vada e che ti lasci fare colazione... Scusami il disturbo, grazie lo stesso!
Lei è andata via, io ho raccolto la coperta, ho versato il caffè nei gerani e sono rientrata in casa.

La vanità è un male per l'umanità, ne sono sempre più convinta.





(Viva l'effetto materassino, donne!)