sabato 31 ottobre 2009

.Avanzo.

Un paio di anni fa, mi hanno chiesto quale fosse la mia parola preferita, per suono e significato. Non ho saputo rispondere. La persona che me l'ha chiesto è arrivata alla sua conclusione dopo anni e anni di accurata analisi del vocabolario e si sentiva realizzata. La mia ricerca, credo sia finita oggi: mi sa che l'ho trovata anch'io, la mia parola.
Avanzo o avanzi, poco cambia, ma è questa. E' una parola in cui ho incocciato spesso, anche per vie traverse, nell'arco della mia vita e anche delle mie giornate.
Nella mia famiglia, ad esempio, si conservava tutto quello che avanzava a tavola che domani dobbiamo mangiare un'altra volta, mica si butta via la roba ancora buona, che questa qui è tutta roba pagata, eh, mica che i soldi crescono sugli alberi in questa casa e poi c'è gente che chissà cosa darebbe per avere quello che noi buttiamo via. E così ho imparato ad essere la maga dello svuotafrigo: i miei cianfrugli d'avanzi sono roba da leccarsi i baffi, gli amici mi invitano a cena così gli ripulisco il frigo e cucino senza che debbano uscire a fare la spesa e non esiste che io faccia spreco di quel poco che riesco a comprare.
Oppure tutto quello che amici e parenti buttavano via perchè inutilizzato, io lo recuperavo a tipo rigattiere, lo ripulivo, lo sistemavo e lo conservavo. Tipo: quando ho traslocato non mi mancava niente, nè a livello di elettrodomestici nè a livello di suppellettili. Avevo tutto e a costo zero. Fantastico.
Fino a poco tempo fa, quando ancora si poteva portare via qualcosa, ogni tanto mi facevo un giro in discarica e non avete idea di quante cose utili, di quanti avanzi ancora validi ho recuperato gratis: giradischi, radio, televisori, videoregistratori (essì, io sono una fervente aficionado delle videocassette) una volta anche un bel mobile, tutto perfetto e tutto funzionante. Avanzi, cose venute a noia a qualcuno, ma non cose inutili.
Persino alcuni degli uomini che ho amato venivano considerati avanzi dalla società, solo perchè avevano uno stile di vita particolare o diverso da quello della maggioranza.
La seconda volta che ho fatto la seconda superiore, c'era stato un reimpasto, un confluire di alunni bocciati di tutte le altre sezioni nella stessa classe: anche lì, tutti avanzi. Nessuno si preoccupava troppo per noi, scarto di una fetta di società che non ci voleva proprio: il futuro era per gli altri, noi potevamo tranquillamente arrancare, tanto non ci saremmo salvati nemmeno se fosse sceso il Padreterno a farci una grazia. Lo scarto viene sempre sottovalutato. Grave errore.
Per me, tutto ciò che avanza è positivo e va conservato e gustato a tempo debito. Un po' come quando mangi una torta e alla fine non puoi resistere alla tentazione di raccogliere le briciole che restano con la punta delle dita. Ed è lì, in quel momento, che gusti davvero. E' un piacere sottile che non a tutti è dato di provare e capire.
Con tutto il predicare che fanno le suore sulle missioni e sui bambini che muoiono di fame e sulle offerte che bisognerebbe proprio fare per tenere la coscienza in ordine, non avete idea di quanto cibo io sia costretta a buttare via ogni giorno. Uno spreco che ha dell'insensato davvero. Così, ho deciso da qualche mese di fare la mia parte: mangio gli avanzi. Quando nessuno se ne accorge, se qualcosa è ancora commestibile, prendo, incarto e porto a casa. E mangio bene, checcazzo! Tanto mi trattengono un buono pasto al giorno dallo stipendio, quei rabbini! Tanto vale che, al posto di un panino, mi sparo l'arrosto o la verdura grigliata o la pasta allo scoglio. No?
Gli avanzi degli altri sono una buona cosa: si può sempre sfruttare il potenziale che la maggior parte delle persone non vede. E' una cosa che dà molta soddisfazione, ve l'assicuro.
Tutto ciò che viene rifiutato e rinnegato, è per me fonte di curiosità e interesse sconfinati. Sì, trovo decisamente gli avanzi stimolanti.
- Bella roba che ti fai vedere a parlare col giardiniere: non lo sai che quello lì è un avanzo di galera?
Da quando mi hanno detto questa cosa sul lavoro, non ci crederete, l'ho preso in simpatia. Il giardiniere che lavora nella stessa struttura dove lavoro io ha trentatre anni, una macchina vecchia e scassata e un sacco di casini. Sfoggia con disinvoltura tatuaggi in ogni dove: le braccia e il torace ne sono interamente ricoperti e ne ha diversi anche sulla scatola cranica, perfettamente rasata. Ha sempre un'aria truce alternata a un'espressione di riserva, incazzata nera. Lavora poco, si imbosca volentieri, risponde a tutti con una presa per il culo. Qualche anno fa ha messo incinta una ragazzina, ma la storia è finita ancora prima che lei partorisse. E' dichiaratamente uno skin head. In pratica, non dovrebbe starmi nemmeno simpatico.
Eppure è l'unico che, da quando lavoro lì, si ferma a chiedermi come sto, fa due chiacchiere da persona normale, scherza e mi sorride. Senza un secondo fine. L'unico. Senza che io abbia mai fatto il primo passo o sia mai stata particolarmente gentile o disponibile. E se qualcuno sta pensando che sia irresistibilmente attratto dalle mie tette, si sbaglia perchè vado a lavorare praticamente in tuta.
La verità è che, quando Vincenzo parla con me, è una persona normale. L'avanzo di galera diventa rosso, ha uno sguardo tenero quando affronta certi argomenti e mi cede l'ultimo posto a sedere rimasto libero alle riunioni obbligatorie della 626. Mi fa qualche carezza, se capita, mi tira su il morale con qualche battuta e si diverte a scherzare con me.
C'è più umanità in un avanzo che in un sorriso tirato a lucido da una fin troppo allenata ipocrisia.
Una volta che stava sistemando le aiuole sotto il sole, questa primavera, gli ho chiesto se per l'esasperazione avrebbe dato fuoco alle piantine che avanzavano.
- Ma no dai, proprio fuoco no! Se non altro perchè con il fumo mi beccano subito!
- E allora che ne fai?
Ha fatto una pausa, accompagnata da un sorriso misterioso:
- Poi te lo faccio sapere... - mi ha liquidata infine.
Quando sono uscita a fine turno, mi sono ritrovata tre vasetti di viole sul muso della macchina. Un bigliettino scritto male diceva: "Avanzavano, mi spiaceva dargli fuoco! Vinci".
Sono tornata a casa con la piacevole sensazione di aver guadagnato qualcosa di più di qualche semplice fiore colorato.
Gli avanzi possono anche sorprendere, a volte.
- Bella roba che ti fai vedere a parlare col giardiniere: non lo sai che quello lì è un avanzo di galera?
Sbatto gli occhi, non rispondo, sorrido e me ne vado a passo spedito, lasciando al palo la collega stronza che, credendo di mettere in mostra la propria materna generosità, non fa altro che sfoggiare la propria triste, banale limitatezza.
Resta, resta lì pure perplessa a non capire quanto sia piccolo e miserabile il tuo povero mondo. Io vado avanti per la mia strada, tiro dritto e faccio ciò che ho sempre fatto da quando sono nata: passo dopo passo, mi lascio tutto l'inutile alle spalle, mi riparo dalla mediocrità, faccio di testa mia e avanzo.


martedì 27 ottobre 2009

.La perla di saggezza 7.


Non tutto ciò che si mostra è.
Non tutto ciò che è si mostra.


.Alexander Lowen.

La strada
si scopre soltanto percorrendola.
Guai
a rimanere bloccati
di fronte ad un crocicchio di vie
e non decidersi mai
a tentarne una.
La rivelazione della strada
avviene lungo la strada.
Non prima.
La strada giusta
la si scopre soltanto dopo che si è deciso
coraggiosamente
di uscire all'aperto e di partire in esplorazione.
Certo
si corrono dei rischi.
Ma il rischio maggiore
è quello di non correre rischi.
E quando avremo percorso un bel tratto
ci volteremo indietro,
ma solo per un attimo
per valutare il tragitto, gli ostacoli superati,
le cadute, le forze rimaste.
Scopriremo di avere un panorama di fronte a noi,
ma ci accorgeremo che solo proseguendo il cammino
potremo giungere alla meta
ancora nascosta ai nostri occhi.

lunedì 26 ottobre 2009

.La perla di saggezza 6.


In fondo, siamo giovani finchè non muoriamo vecchi.


domenica 25 ottobre 2009

.Entropia.

Ho deciso: mi metto di impegno, sistemo tutto e parto anch'io. Conto di riuscire a farlo entro i primi sei mesi dell'anno nuovo.
Domani ho un colloquio per iniziare un secondo lavoro. Il cane rimarrebbe parcheggiato dai miei, il gatto in eredità temporanea a chi mi subaffitta l'appartamento. Un piccolo finanziamento, sistemo due cose e poi, dopo aver fatto tutto per bene, mi prendo un'aspettativa di sei mesi dal lavoro e vado. Tre mesi in Nuova Zelanda e tre mesi in India: Varanasi, sto arrivando! Mother Ganga will bless me!
Non posso più aspettare, ormai l'ho capito: è una vita che la meno con sto fatto di partire, mi tocca farlo ora, al più presto, o mai più!
In queste ore, ho avuto un attacco di entropia inarginabile. L'entropia è quella cosa terribile e meravigliosa per cui, quando ti esce troppo dentifricio dal tubetto, non potrai mai più riuscire a rimetterlo dentro. In pratica: quando una cosa succede, non puoi più fare finta di niente. E' mutato qualcosa in me: la necessità di partire è diventata desiderio e un desiderio è decisamente più inarrestabile rispetto a un bisogno da soddisfare. O anche viceversa, ma vabbè, mi son spiegata.
Ci sono molte cose da far collimare, dovrò trovare il giusto pragmatismo eccetera eccetera, ma atterrerò sul morbido perchè ho un contatto fidato che potrà accogliermi e guidarmi una volta arrivata a destinazione.
E' bello avere finalmente una prospettiva rosea e concreta per il futuro.


.Malinconoia.

Questo post è stato scritto venerdì, ndr.

Nico è partito, da poche ore in effetti. Il volo da Malpensa era alle 14e30, ci siamo salutati stamattina a casa sua intorno alle 10e30, poco prima che partisse per l’aeroporto. Non sono neanche le sei del pomeriggio e mi manca già moltissimo: considerando che ho dormito fino a cinque minuti fa, direi che è grave. Mi sento pure colpevole, sotto un certo punto di vista. Mi sento in colpa, nei suoi confronti e nei miei, provo un profondo senso di disagio. Nei suoi riguardi, perché mi è stato impossibile salutarlo come volevo e come meritava. Nei miei, perché sono irresponsabile verso me stessa e verso ciò che vorrei fare veramente.
Lo chiamo ieri sera per avere indicazioni e raggiungerlo alla festa che lui e la sua ex ragazza hanno organizzato prima di partire. Essì, parte anche lei: i biglietti, in fondo, erano due. Sono in ritardo, come al solito, ma chi mi conosce ormai ci è abituato.
- Vale, oh, dimmi dove sei!
- Parto adesso da casa… ridammi un po’ le indicazioni…
Blablabla. Io e la geografia non andiamo proprio a braccetto, per fortuna è una strada senza troppe deviazioni.

- Capito? Comunque quando arrivi in zona chiamami e fai squillare il cellulare tanto, perché c’è un gran casino, un sacco di gente e un sacco da bere! Muoviti che ti aspetto!
Sulle parole casino bere e gente comincio a sentir montare una leggera preoccupazione. La ignoro.
Viene a recuperarmi ad uno stop, correndo, con in mano una tazza di Pluto piena di birra e gridando come un pazzo. La tazza di Pluto sarà una costante per tutta la sera: non la mollerà mai e sarà sempre, inspiegabilmente, miracolosamente piena. Tranne che alla fine.
- Ma sei già ubriaco?
- No, solo un po’ allegro, aspettavo te per darci dentro.
Gli uomini sono i migliori compagni di bevute, lo dico sempre.
Ricevo dei complimenti perché ho avuto il coraggio di venire da sola: la metà delle persone presenti per lui sono illustri sconosciuti accompagnati da illustrissime comparse.
Mi aspettavo una cosina tranquilla, quasi intima, invece mi ritrovo in un Night improvvisato: “musica” altissima, strobo, insalatiere in ceramica del servizio buono traboccanti di cocktail, cibo in ogni angolo e soprattutto tantissime persone. Fino a una certa ora, la casa è un gran via vai di gente che entra e gente che esce, come un brulicare di formiche impazzite.
Dopo il terzo giro, ritrovo anche un mio compagno di scuola, delle elementari! Adesso è praticamente un uomo, mi racconta di sé, ha la barba e mi presenta con orgoglio la sua ragazza. Non ci posso pensare. Cerca persino di rintracciare un’altra nostra vecchia conoscenza dei tempi e la serata rischia per un attimo di trasformarsi in un’allegra rimpatriata. Cosa che, fortunatamente, non accade: una febbre da cavallo costringe il terzo uomo e rimanere in panchina.
- Valentina, perché il tuo bicchiere è vuoto?! Perché non stai bevendo?!
Non so quante volte Nicola ha ripetuto questa frase, ma sono felice che l’abbia fatto: la stanza è piena di fumo, di rumore assordante e ragazzini statici: un’atmosfera sopportabile solo da ubriachi. Ovviamente, ieri sera non ho cenato, quindi l’ebbrezza mi ha raggiunta piuttosto in fretta. Alla fine, non sono venuta da sola.
Con una rapidità che può aver imparato solo sul lavoro, Nico mi strappa di mano i bicchieri vuoti e riesce a rinfilarci dentro bicchieri già pieni. Mi ritrovo a importunare con le mie chiacchiere diverse persone, mi iscrivo agli scout, in cambusa per l’esattezza, e prometto di rintracciare tutti quanti su librinfaccia. Alla fine di ogni frase prima e quasi alla fine di ogni parola poi, ci tengo però a sottolineare che domani non mi ricorderò un cazzo di quello che ho detto.
- Oh, Nico, ma se fra sei mesi ti raggiungo, tu mi trovi lavoro?
- Certo! – esclama mentre mi riempie e mi allunga l’ennesimo bicchiere – Che lavoro vuoi fare?
- Ahahah! Perché, fa differenza? Oppure, se non vengo io, quando torni partiamo insieme, dai!
- Ok, ci sto.
Le persone iniziano a scemare, nel senso che cominciano ad andare via, che scemi erano già. Meno restiamo, più mi rendo conto che Nico parte: baci, abbracci, lacrime, regalini, paroline sottovoce, promesse.
Un altro bicchiere, ma la stretta al cuore non mi passa. Lo abbraccio anch’io, ci stringiamo forte: i sentimenti degli ubriachi sono esattamente come i sentimenti dovrebbero sempre essere. Limpidi. I sentimenti sono l’unica cosa limpida che possiede un ubriaco.
- Tu però resti ancora un po’, vero? - mi sussurra a mezza voce.
- Certo… - altrimenti chi porta a casa te e chi porta a casa me, penso.
- E allora che cazzo mi abbracci? Vieni, che apriamo una bottiglia di Martini.
Altro giro, altro regalo: Martini e soda, mezza bottiglia e forse anche di più. Ormai mi stanno simpatiche anche le calamite attaccate sul frigorifero.
- Ti rendi conto che sto passando tutta la serata con te, Vale? Ti voglio troppo bene!
- Vaffanculo, la verità è che non conosci nessuno e io ti faccio pena perché sono l’unica che è venuta da sola!
- Vaffanculo tu, questi che son rimasti li conosco tutti, sono anche amici miei. La verità è che voglio stare qui.
Sorridiamo e ci dividiamo il fondo di un bicchiere. Laura, la sua ex ragazza, irrintracciabile per quasi tutta la sera, ci passa davanti rapidissima e silenziosa. Nico trattiene il respiro, poi mi abbraccia e si dispera nel mio orecchio:
- Sono ancora innamorato di lei.
- Lo so, lo so…
Spero solo che domani non si ricordi di questa confidenza.
Il tempo comincia a perdere la sua reale consistenza, gli attimi si dilatano e si condensano a velocità immotivate. Non perdo il controllo, ma ciò che resta della serata viene vissuto con ingordigia.
I deejay finalmente se ne vanno, la consolle rimane abbandonata in un angolo. Restiamo la bellezza di otto o dieci persone. Poi, inevitabilmente, è ora di andare anche per noi. Usciamo dal giardino del villone stretti in un abbraccio, mano nella mano, barcollando e ridendo. “Ti porto a casa io”, mi dice “segui la mia macchina”. In qualche modo riesco ad arrivare nel parcheggio di casa sua, anche se più volte rischio di tamponarlo.
- Adesso cosa fai?
- Mi sa che dormo in macchina, Nico: troppo pericoloso arrivare fino a casa.
- Ma che discorso del cazzo: sei qui, vieni su che dormi da me.
- No, ma è tardi, poi tua madre… E poi mica è la prima volta che dormo in macchina.
- Ma va: a mia madre piaci, dormi nel mio letto e domattina le spiego la situazione. Dai, vieni su.
Ok. Non si discute un’offerta così.
Qualunque cosa voi possiate pensare, non è accaduta. Ci siamo ritrovati in mutande e canottiera nel letto, ‘mbriachi e abbracciati a ridere come due cretini. Fine.
- Sono contento che sei rimasta.
- Anche io.
- Ma la smetti di ridere?
- No.
- Madonna, Vale, sei gelata!
- Sono una donna: ho la circolazione alla zuava!
- Ma… hai tenuto su i calzettoni?! Cioè, la cosa più antierotica del mondo!
- Vabbé, ma mica che dobbiamo trombare io e te?
- No, è vero. Ma la smetti di ridere?
- No! Ci ricorderemo di questa sera per tutta la vita, lo sai?
- Sì.
- Oh, comunque sei il primo uomo con cui dormo da quando ho rotto la convivenza, sappilo!
- L’ultima qui, invece, è stata Laura.
- Mmm. Dimmi che hai cambiato le lenzuola…
- Sì!
- Ok. Quindi, al massimo una pugnetta di rito e non di più?
- Be’… sì.
- Nella tua metà, vero?
- Ahahah, sì Vale!
- Ghghgh…
- Ah, quanto mi mancava!
- Cosa?
- Il calore di una donna. Lo sento.
- Ahahah! Lo senti anche se sono gelata?
- Lo sento in te.
Pom: secco. Si è addormentato di schianto. Sono rimasta lì ad ascoltare il suo respiro tranquillo praticamente per tutta la notte. Che sono insonne si sa, ma quando bevo tanto vale abbandonare le poche speranze di riposo che posso nutrire in altre situazioni: quando bevo non dormo mai.
Così sono stata lì e sentire la mia mente piena di riflessioni e il mio stomaco pieno di alcool, salame e patatine fritte, rivoltarsi più e più volte senza trovare una soluzione, come se avessi nella pancia un oceano putrido solcato senza pace dai miei pensieri più inquieti.
Quando ci siamo alzati, sua madre era già andata al lavoro. Mentre lui controllava la lista di cose da mettere in valigia, io preparavo il caffè. Mi sembrava davvero surreale quella situazione. Nico partiva e stava via un anno, forse di più. E io non riuscivo a formulare pensieri concreti.
Prepariamo la valigia e ci ritroviamo di fronte alle tazze piene di caffè: ne mando giù un sorso e capisco subito che non mi è assolutamente possibile berlo.
- Ma davvero tu verresti, Vale?
- Be’, se potessi sì…
- E allora pottilo!
Vorrei davvero che fosse così semplice. Faccio un rutto, mi convinco che sia merito del caffè: penso che quello che non ho già pisciato fuori o assorbito, magari riesco ancora a digerirlo. Un altro sorso, allontano definitivamente la tazza. Ormai sono consapevole di vomitare prima del mio rientro a casa, anche se ancora non so quando.
- E se invece partiamo quando torno, dove vuoi andare?
- Mah… restiamo vicino, diciamo in Europa.
- Ma l’Europa l’ho già vista! – eh, mo sta a vedere che il mondo è troppo piccolo – Mi mancano solo i balcani, i paesi dell’est, l’estremo nord e il Portogallo.
- Opterei per il Portogallo!
- Ma ci vuoi andare in macchina? Ci costa un occhio!
- E se faccio montare il GPL?
- Mmm, però poi non possiamo neanche dormirci dentro…
- Vabbé, troveremo una soluzione alternativa.
- Ma ti porteresti il cane?
- Ovvio!
- Madonna Vale!
- Madonna che?
Ovviamente, cercavo di essere scoraggiante. Impossibile spegnere un entusiasmo come il suo. Mi ha strappato qualche promessa, che mi toccherà mantenere.
Scendiamo nel parcheggio: alla luce del sole si rende conto delle condizioni in cui versa la mia macchina. Mi chiede se mi serve qualcosa, magari un prestito, ma io non voglio soldi dagli amici e lui lo sa.
Ci salutiamo, lo abbraccio e il mio stomaco si accartoccia definitivamente: mi allontano di qualche passo e, come ai tempi d’oro della mia adolescenza punk, vomito tutto quello che posso vomitare. Quasi anche i miei stessi denti.
Con un coraggio che non gli avrei attribuito, nonostante tutto, mi abbraccia di nuovo e mi dà un bacio sulla guancia. Non mi riesce di salutarlo. Vorrei dirgli qualcosa di importante, di serio, ma non mi viene niente. Sdrammatizzo un po’, dico qualche stronzata di rito. Poi confesso che non sono in grado di dirgli arrivederci.
- Allora scrivilo – mi dice semplicemente.
Mentre mi allontano con la macchina, lo vedo sorridermi e salutarmi nel riflesso dello specchietto. Lo aspettano trenta ore di viaggio, due scali e un’avventura nuova.

“Non sono capace di salutare le persone che partono, la trovo una cosa contro natura. Soprattutto quando la persona che parte rimane con me perché presente nel mio cuore. Fa buon viaggio e accumula esperienze da raccontarmi quando torni!”


domenica 18 ottobre 2009

.Debito pubblico e vita privata.

Lo so, mi rendo conto che il titolo possa farvi pensare subito a Berlusconi, ma in realtà lui non c'entra niente. Non in questo caso almeno.
No, ma dico sul serio. Qui si parla di me.
No, ma davvero lui non c'entra, eh.
Il fatto è che sto seriamente pensando di affrontare l'ipotesi di chiedere alla mia banca un finanziamento. Intendo un altro finanziamento. Non me lo daranno mai, ne sono consapevole.
Ieri stavo giusto pensando a cosa potrei dire per convincere il direttore della mia filiale:
- Sa, la cifra non è poi così alta... sì, lo so, non ho beni immobili (e neanche mobili) ma in fondo sono molto giovane... magari se puntassimo su una scadenza lunga, ecco, con una rata più bassa... la prego, mi faccia questo prestito, investa su di me! E se non mantengo fede al mio impegno, mi investa!
Sono sull'orlo della disperazione, come si può ben notare. Ho seminato più puffi in giro io che Gargamella nella sua intera carriera di antagonista. Ho numerosissime orde di creditori che pregano per me, affinchè la salute mi assista almeno fino all'assolvimento dei miei debiti. Il che mi fa ben sperare. Con tutti i ceri che ho in chiesa a nome mio, dovrebbero come minimo versarmi l'otto per mille...
Il mio debito è pubblico, come accennavo nel titolo, perchè ormai praticamente tutti sanno che sono indebitata. E la mia vita è privata perchè troppi debiti e troppe spese non mi consentono di averne una.
Nonostante tutti i miei sforzi nel cercare un secondo lavoro, ancora niente. Tanti progetti, tanta voglia di fare, ma zero possibilità. Non mi ricordo più chi diceva che in Italia oggi a qualunque età si è già fuori mercato.
- ...oppure fatti mantenere: ne trovi uno e ti fai pagare tutto.
Eeeeeeeehhh???
- ...vabbè, poi al massimo lo molli.
Giuro, me l'hanno detto. Così, come io potrei dire: scusa, ma se hai la tosse, prenditi lo sciroppo. Se poi il flacone scade, al massimo lo butti via!
Il fatto è che io non ne sono davvero capace. Non di prendere lo sciroppo, intendo di farmi mantenere.
- Sì, ma un uomo che porta a casa il pane, è sempre una cosa positiva.
Ma scusate, come funziona sta cosa? Ora, questo me lo diceva come se avesse senso. Io ero in bilico fra l'inorridito e il perplesso.
- Guarda, non sono proprio il tipo che si fa mantenere. - gli ho risposto - Troppo orgogliosa e troppo diffidente: io preferisco essere autosufficiente e se un uomo ci deve essere, che ci sia per altri motivi. Non sono una mantide.
Non so se ha davvero capito. Ha insistito che fosse una cosa naturale e che con quello giusto avrei anche potuto mettermi a fare la casalinga a tempo pieno.
Eeeeeeehhh???
Sono davvero io quella strana? Qual è questa folle alchimia fra uomini, soldi e donne che io non capisco davvero? Perchè è così scontato che un uomo debba mantenere una donna? Qual è il tacito accordo? Perchè è così naturale e così dovuto agli occhi di molti? Perchè a me suona come una cosa abominevole?
Uomini considerati come bancomat. Donne considerate come prostitute salariate. Quindi tutto in regola agli occhi di tutti.
Io ti ho dato questo quindi tu mi devi quello.
Abominio.
Mah. Sarò davvero io quella strana.